Fino a Swakopmund e poi il deserto….

La mattina del 15 ottobre ci sveglia un vento teso, costante e molto fastidioso. -Meno male che non ci è toccato ieri-abbiamo pensato-con tutta quella sabbia-.
Dopo il consueto check-car partiamo alla volta di Swakopmund, ci stiamo spostando verso nord-ovest.
Lungo la strada, in mezzo al nulla, incontriamo un cantiere. I manovali ci salutano, poveracci! Vivono chissà per quanto tempo in delle tendine piantate più in là, senza servizi e senza la possibilità di lavarsi. Probabilmente si prepareranno i pasti con dei fornelletti di fortuna. Non deve essere una gran vita…
La prima tappa e Solitaire.
E’ un posto in mezzo al deserto più deserto che nel tempo da semplice stazione di rifornimento si è ingrandito notevolmente.
Adesso, oltre alla pompa di benzina, al bar, alle piante di cactus e a qualche carcassa d’auto è stato costruito anche un lodge.
E’ un luogo leggendario in Namibia e non esiste viaggiatore che abbia affrontato la lunga, polverosa e incandescente C14 che non si sia fermato a gustare una mattonella della mitica torta di mele di Solitaire che è veramente deliziosa.
Solitaire è forse l’unico posto al mondo dove si può mangiare l’apple crumble in mezzo al deserto.
Il caldo è torrido, tremendo.
Percorriamo i 350 Km che ci separano da Swakopmund in circa sette ore attraversando distese desertiche arroventate da un sole implacabile.
Il paesaggio varia in continuazione, prima le dune di Sesriem in lontananza, poi l’altopiano piatto e spezzato da grossi monoliti e plateau di mille sfumature e dopo Solitarire i tornanti che scendono ripidissimi verso il fondo dei canyons dei passi Gaub e Kuiseb.
Qui la roccia è compatta e nera ed infine il deserto piatto, di una desolazione disperata fino a Walvis Bay.
I protagonisti sono sempre il sole, il caldo, il colore e oggi anche il vento che soffia senza sosta e si fa sempre più umido e fresco man mano che ci avviciniamo alla costa.
La strada è bianca, polverosa e dritta a perdita d’occhio e per molti chilometri i dossi si inseguono come un nastro arricciato all’infinito. La larga striscia bianca che si perde all’orizzonte da un senso di vertigine, sembra di viaggiare verso la fine del mondo e tu sai che quella è l’unica strada che puoi percorrere e che in fondo non troverai niente di più che altra strada e deserto perchè tutto è stato strappato faticosamente e coraggiosamente alla sabbia e alle pietre.
Il deserto si riprende lo spazio non appena l’uomo si distrae , è una natura tanto indomabile e ostile quanto magnifica e affascinante.
Siamo ormai sulla costa e a pochi chilometri da Swakopmund ci troviamo catapultati improvvisamente in inverno. Lo sapevamo, la fredda corrente del Benguela porta su questo tratto di costa la nebbia, il fredooo e una forte umidità che penetra nelle ossa. Siamo passati da 45° a 15° in un quarto d’ora.
Swakopmund è la seconda citta del Paese e ha tutto l’aspetto di una cittadina tedesca sia nell’architettura che nelle abitudini di vita.
La città è la Forte dei Marmi della Namibia con un bel lungomare orlato di palme e belle case di namibiani benestanti. In estate (Dicembre) qui c’è una gran vita!
Appena fuori c’è la nostra Guest House, il Sea Breeze. E’ un albergo molto accogliente e arredato con ottimo gusto, un pò africato, un pò decò. I proprietari sono italiani e la loro passione per il design si apprezza non solo nell’insieme ma soprattutto nai particolari che danno all’ambiente un tocco di classe.
La sera torniamo in città, tutto chiuso e tutto buio e soprattutto un freddo cane. Ceniamo al ristorante “La Napolitana” un bel locale molto affollato e allegro, forzatamente all’italiana. Gustiamo due bistecche di struzzo in salsa d’arancia, maxi e squisite.
Rientrando in albergo consideriamo che fino ad ora tutto è stato al di sopra delle nostre aspettative, la gente è molto disponibile e amichevole anche se effettivamente il contatto umano scarseggia semplicemente perchè gli abitanti sono pochissimi e concentrati in pochi villaggi e cittadine e il resto….deserto.
Rientriamo nella nostra stanza e ci infiliamo sotto i nostri piumoni africani ma le tende bianche non trattengono molto la luce alle 6,30 del 16 ottobre siamo già in pista.
La colazione è servita al piano di sopra del corpo principale, noi alloggiamo in una dependance denominato “controvento”. La sala da pranzo fa parte di una zona living calda e accogliente con il camino, divani di stoffa, comode poltrone in midollino e un bel tavolo basso . Qui gli ospito possono leggere, chiaccherare e guardare la TV, molti soprammobili, sculture in legno ed accessori sono scelti con cura e accostai con grande creatività..
Le ampie finestre si affacciano sull’oceano, lo spiaggione è spoglio, il cielo è grigio e il mare plumbeo, l’atmosfera è avvolgente e piacevolmente malinconica. La musica che ci accoglie, John Coltrane e Duke Ellington è la perfetta colonna sonora per questa ambientazione che potrebbe essere tranquillamente il Mare del Nord, solo che qui siamo in Africa.
Swakopmund è un luogo unico e stupefacente.
Puntuale all 8,30 viene a prenderci Ernest, la guida della Turnstone Tour contattata già da Firenze via Internet, per accompagnarci in una escursione a Sandwich Harbour. Nostri compagni una coppia di Inglesi più o meno della nostra età: Sarah e Andrew. Il fuoristrada è una Land Rover universalmente riconosciuta come la regina delle sabbie. Ci avviamo verso Walvis Bay, l’unico porto di una certa importanza da Sudafrica all’Angola, oggetto per secoli di dispute e guerre e per lungo tempo protettorato sudafricano. Proprio da qui comincia la nostra escursione ma alla prima dunetta l’auto emette un latrato spaventoso bloccandosi a metà salita. Ernest appare preoccupato manifestando tuttavia una calma disar,+mante. In folle e a retromarcia riporta l’auto alla base della duna , tira fuori gli atrrezzi e dopo un breve intervento , con Roberto a fare da ferrista, la diagnosi è : rottura dei denti del semiasse posteriore destro!
Eccoci!
Ernest mette mano al cellulare e dopo due ore di conversazione(in English, obviously) è un paio di caffè bollenti, arriva la macchina di ricambio.
Finalmente l’avventura comincia davvero, capiamo immediatamente che Ernest ha una reale e profonda passione per la natura. E’ un bell’uomo sulla quarantacinquina, con i capelli brizzolati e gli occhi grigi, magro e dai tratti nord-europei. L’escursione che andiamo ad intraprendere prevede l’attraversamento per circa 30 Km vesrso sud della parte Nord Occidentale del Naukluft Park.
In questo tratto di costa le maestose dune si tuffano direttamente nell’Oceano Atlantico creando uno scenario impareggiabile, estremo, a tratti spettrale poichè il sole è completamente offuscato dalla persistente cappa di nebbia.
Ernest conduce per diverse ore la Land Rover sulla sabbia fine salendo e scendendo dalle dune con una padronanza e una abilità per noi entusiasmanti. Per un lungo tratto guida sulla battigia con l’oceano spumeggiante a 50 cm dalle ruote sulla destra e le dune a strapiombo , alla stessa distanza, sulla sinistra.
La marea comincia aslire e quindi dobbiamo fermarci, Ernest ci da istruzioni di salire sulla prima duna con la raccomandazione di rimanere sempre sul primo crinale e non dirigerci mai all’interno. Lui deve cercare un punto per risalire e tornare indietro.
Ci diamo alla scalata. Dall’alto si apre ai nostri occhi lo spettacolo grandioso del mare di dune beige che si estende a perdita d’occhio nell’entroterra, restiamo senza fiato.
Ad un certo momento mi sono ritrovata sola e mi sono fermata sul crinale. Volgendo lo sguardo a 360° mi sono sentita veramente una nullità in mezzo alla potenza della natura, qui l’essere umano vale meno del più piccolo insetto o scarafaggio adattati a questi luoghi.
Ho pensato che se fossi veramente sola, a questa distanza dalla città probabilmente non avrei scampo.

Se esiste un luogo sulla Terra che può contenere in sè dei concetti filosofici quali la solitudine, l’eternità, lo smarrimento e anche l’esaltazione penso sia il deserto. Le sensazioni sono irripetibili, profonde e sembrerà strano ma è proprio qui che ho sentito autenticamente e intimamente la nostalgia dolorosa e profonda delle persone che ho amato e che non ci sono più e ho voluto credere che fossero li, vicino a me, in spirito per poter condividere almeno così ciò che non è più condivisibile materialmente.

…continua…

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Questa voce è stata pubblicata in WONDERFUL AFRICA - OTTOBRE 2007. Contrassegna il permalink.

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